Vega, la più grande piattaforma petrolifera fissa realizzata nell’Off-Shore italiano
Vega, che oggi è 60% Edison in qualità di operatore e 40% ENI, fu fatta costruire dalla Montedison nel 1986 dopo 5 anni di ricerche e carotaggi e da allora ogni giorno estrae dal fondo del mare 3000 barili di petrolio, circa 48000 litri, un milione di barili l'anno.
Oggi Vega è una delle più grandi e capaci piattaforme del Mediterraneo ed è definita come un gigante di ferro che non dorme mai. Assomiglia a un castello di ferro e acciaio piantato nel mare e nella sostanza è come un paese di 40 abitanti con le luci sempre accese dove tutti, dal cuoco, al fabbro, all'operaio, all'ingegnere, hanno un compito ben preciso inserito in un perfetto e indispensabile lavoro di squadra. Al di sopra dei 50 metri di struttura c'è un eliporto per i collegamenti con Siracusa, necessari perché sulla più grande piattaforma italiana lavorano gli uomini in due turni, giorno e notte senza interruzioni. Quaranta uomini divisi in due squadre che si alternano sulla piattaforma, due settimane a terra.
Il lavoro su Vega è continuo, l'estrazione ininterrotta, la manutenzione quotidiana per impedire alla salsedine di corrodere le strutture ferrose e una rete di cavi e tubi che poi toccano il fondo scavando fino a 2600 metri di profondità su un'area di 28 km quadrati. Il petrolio che sale in superficie dentro i tubi viene scaldato e mischiato a un diluente per aumentarne la fluidità. Ma sulla piattaforma non c'è spazio per lo stoccaggio e quindi viene spedito attraverso altri tubi su una nave, la Leonin, ancorata lì davanti a 1,2 miglia da Vega.
La Leonin è una corazzata lunga 233 metri con una stazza di 57 mila tonnellate e una portata di 95 mila. È una nave che non può più navigare e che ha cambiato la sua natura diventando un magazzino in mezzo al mare, un doppio scafo che protegge il petrolio, fino a quando una petroliera vera, sette volte all'anno viene a svuotarla per portare il suo carico alla raffineria dell'ENI di Gela. La piattaforma, posizionata a poco più di 20 km dalla costa siciliana, 11 miglia marine davanti a Pozzallo adotta tecnologie di avanguardia per l'ambiente circostante ed è stata appoggiata sul fondale tramite un jacket, struttura di acciaio tubolare a forma di traliccio, con 8 gambe ancorate al fondo marino per mezzo di 20 pali su cui sono stati successivamente posati i restanti moduli di produzione.
Il jacket viene trasportato dal cantiere di costruzione da alcune bettoline fatte apposta sulle quali il jacket posa su due rotaie guida e viene spinto da due enormi pistoni idraulici.
La bettolina viene inclinata di qualche grado verso prua fino a che il jacket incomincia a scivolare sulle due guide, acquistando via via velocità fino alla caduta in mare. Quando il jacket è del tipo auto verticalizzante, cioè con l'apertura e chiusura automatica di valvole, succede che si allagano delle tanche situate nella parte bassa, così l'acqua che entra fa in modo che il jacket si verticalizzi. Solo dopo viene agganciato dalle gru della bettolina e posizionato dove c'è il pozzo pilota. A questo punto si allagano completamente le tanche della zavorra e il jacket è posato sul fondale.
La piattaforma è stata progettata per resistere a venti fino a 180 km/h, onde marine di 18 metri e terremoti fino al nono grado della scala Mercalli ed è munita di un sistema di sicurezza combinato di rivelazione gas/incendio e arresto di emergenza che garantisce un alto livello di sicurezza.
Essa, pescando con venti pozzi da un giacimento a quasi 3000 metri sotto il fondo marino, produce da sola metà del petrolio marittimo che viene estratto nel canale di Sicilia che, a sua volta, rappresenta più di un terzo del petrolio Off-Shore italiano.
La sua vita è stata spesso ostacolata perché la società petrolifera titolare della concessione Edison ha dovuto difendersi da denunce e da diversi attacchi di attivisti e inoltre Legambiente, che si batte da tempo per fermare nuove trivellazioni petrolifere, ha chiesto un programma di sviluppo alternativo per la provincia siciliana perché non bisogna dimenticare che l'Off-Shore garantisce lavoro ma sarebbe meglio smettere di cercare nei fondali marini il petrolio, una fonte fossile che aumenta i cambiamenti climatici e inquina localmente.
Varie accuse di inquinamento dell'ambiente marino sono state mosse negli anni nei confronti della Edison che si è sempre difesa dimostrando che in tutti gli anni di attività in campo non una goccia di petrolio è stata versata in mare, poiché in osservanza di un'autorizzazione rilasciata fin dal 1990 e mai revocata, la società ha adottato la tecnica della reiniezione delle acque risultanti dall’attività di estrazione di idrocarburi in siti geologici profondi, in ottemperanza alla normativa vigente. Le perforazioni in mare e la conseguente presenza di piattaforme per l’estrazione dal fondo marino di idrocarburi liquidi e gassosi sono indicate come l'origine di problemi che vanno dall'impedimento del libero esercizio della navigazione ai potenziali danni all'ecosistema marino perché provocano una frattura del fondale ove si vanno a depositare i nutrienti che sono all’inizio della catena alimentare di alcune specie ittiche di fondo.
Le strutture Off-Shore fisse come la Vega sono viste come un pericolo in quanto possono creare forme di inquinamento di vaste dimensioni a causa di possibili avarie nelle diverse connessioni degli elementi costitutivi.
A questo proposito, per avvalorare la tesi ambientalista, bisogna ricordare che nel 2013 la stampa online ha dato ampio risalto allo sversamento in mare di 1000 litri di petrolio nel campo petrolifero di Rospo Mare, al largo delle coste tra Abruzzo e Molise, in seguito a una perdita che sarebbe avvenuta presso le condotte di pompaggio della piattaforma collocata a 12 miglia dalla costa. Fu proprio la petroliera, ancorata nelle vicinanze della piattaforma che funge da deposito del petrolio estratto e che è collegata alla piattaforma mediante tubazioni sommerse, a dare l'allarme. L'emergenza poi è stata gestita dalla guardia costiera ma la Edison ha successivamente smentito l'evento sostenendo che non si trattasse di petrolio ma di materiale in sospensione. Il fatto però ha creato giustamente allarme tra le popolazioni dei comuni interessati e le associazioni ambientaliste che chiedono uno stop alle trivellazioni.
Il pericolo ambientale non riguarda solo grandi immissioni di petrolio ma anche le perdite operative connesse all'esercizio degli impianti, perché le macchie di petrolio quando fuoriescono si allargano rapidamente, si sparpagliano coinvolgendo zone di mare sempre più vaste che diventa poi un problema bonificare. I Comuni costieri purtroppo non dispongono di nessuna attrezzatura, quali panne galleggianti, materiali assorbenti secchi o badili per fermare eventuali macchie di petrolio. Non hanno nulla per effettuare un intervento minimo sul proprio tratto costiero così che tutto resta da rimediare nell’emergenza perché non sono ancora state create, nonostante siano previste dalla legge sulla difesa del mare, le infrastrutture necessarie per la sua difesa dagli inquinamenti.
E infatti la normativa c'è: in tema di perforazioni la convenzione di Montego Bay, introdotta nel nostro ordinamento giuridico con legge del 2 dicembre del 1994 riconosce agli stati la facoltà di effettuare perforazioni per la ricerca e l'estrazione di idrocarburi solidi e liquidi nel mare territoriale e nella zona economica esclusiva compresa nella propria piattaforma marina, prevedendo che debbano essere garantiti il transito delle navi e poste le condizioni per prevenire e ridurre l'inquinamento. A livello nazionale, poi, il nostro codice dell’ambiente, di cui al decreto legislativo 3 aprile 2006 n.152, ha recepito gli indirizzi stabiliti a livello internazionale e comunitario, stabilendo una buona disciplina a tutela dell'ambiente, ma purtroppo non sono state create tutte le strutture base necessarie sulla costa.
Questioni ambientali, presenza di faglie sismogenetiche in zona, biodiversità del mare e mancanza di un piano anti inquinamento marino: tutto farebbe propendere verso una dismissione delle piattaforme Off-Shore italiane che, una volta dismesse, però non dovranno sparire ma essere trasformate in aree marine protette realizzate intorno a queste installazioni di metallo che coi loro fori e asperità costituiscono dei fantastici coralli artificiali; l'industria petrolifera dopo decenni di trafugamento delle profondità degli oceani potrebbe dare così un contributo alla loro protezione.
In ogni caso Edison ha visto rinnovata la concessione per la piattaforma di petrolio Vega almeno fino al 2030 anche se la strategia dell’operatore ENI è quella di abbandonare progressivamente il petrolio per orientarsi sempre di più sulla ricerca e produzione di gas naturale, un settore in cui l’Italia importa maggiormente ma in cui la produzione nazionale è in calo costante da 15 anni.
Ci spieghiamo così il motivo della riconversione della raffineria di Gela che ha iniziato a produrre biocarburante da olio di palma.
Diego Meschiari





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