Poco piΓΉ di 50 anni dopo: La London Valour e la motovedetta CP 233
Quel tragico pomeriggio del 9 aprile 1970 i genovesi assistettero in diretta dalle finestre delle loro case alla storia di un naufragio, ma anche a una storia di altruismo, valore e solidarietΓ da parte della Capitaneria di Porto genovese. Il comandante della motovedetta CP 233 non si arrese alle raffiche del vento, oltrepassΓ² l'imboccatura del porto e tra nafta, detriti e spruzzi violenti di mare, cercΓ² i naufraghi finchΓ© la London Valour, mercantile britannico scomparve fra le onde.
In particolare voglio parlare dell'intervento di soccorso compiuto dalla motovedetta CP 233 della Capitaneria di Genova, l'unica a raggiungere lo scafo con una delle operazioni di soccorso piΓΉ rischiose fino allora mai condotte, perchΓ© il tenente di vascello Giuseppe Telmon e gli altri sette uomini dell'equipaggio della CP 233 misero in pericolo la propria vita per riuscire a portare in salvo ben 26 persone.
Quel giorno si verificΓ² una tragedia sotto gli occhi degli increduli genovesi, una tragedia che fu anche un momento importante della storia della cittΓ di Genova e del corpo della Guardia Costiera. Andiamo con ordine.
La London Valour era una ex petroliera costruita nel 1956 nel cantiere norvegese Furness e riadattata portarinfuse nel 1966 nel cantiere INMA di La Spezia; era in rada insieme ad altre cinque navi in attesa di andare ad ormeggiare alle banchine Italsider, ma a motori spenti, per un fermo macchine necessario; improvvisamente il vento raddoppio l’ intensitΓ , le altre navi riuscirono a prendere il largo, non la London Valour, priva di propulsione.
Il cargo era partito da Novorossik, sul Mar Nero, con un carico di oltre 23 mila tonnellate di cromo.
La forte e improvvisa libecciata fece alzare le onde oltre i quattro metri e tempo un'ora la nave si trovΓ² in balia delle onde. Le ancore non bastarono a tener ferme le quasi 30 tonnellate della portarinfuse che iniziΓ² ad arare avvicinandosi pericolosamente alla diga.
Era il primo pomeriggio de 9 aprile 1970 quando la nave che distava appena 1300 metri dalla diga foranea Duca di Galliera lanciΓ² il mayday.
Tutti si erano prontamente mobilitati ma venti che soffiavano a 100 km all'ora avevano prodotto una libecciata con onde alte oltre quattro metri che avevano reso proibitivi i soccorsi di ormeggiatori, rimorchiatori, nucleo sommozzatori carabinieri, Capitaneria di Porto e Vigili del Fuoco.
Le eroiche operazioni di soccorso furono condotte dai Vigili del fuoco, piloti e ormeggiatori del porto ma anche da normali cittadini: pilotine, rimorchiatori e persino un elicottero guidato dall'eroico capitano dei vigili del fuoco Rinaldo Enrico che, nonostante gli innumerevoli e audaci tentativi, riuscì a salvare solo una persona.
Mentre la nave si spezzava letteralmente in due sotto gli occhi increduli dei genovesi, sbattendo con forza la poppa contro gli scogli, in un disperato tentativo di salvare l 'equipaggio, venne teso un doppio cavo di nylon tra la diga e il ponte della nave per farli passare attraverso un' imbragatura e una carrucola. Ma le speranze di riuscita sparirono subito quando i movimenti delle onde contro la nave iniziarono a tendere e allentare violentemente la cima sbalzando i marinai in acqua o contro gli scogli.
Nel giro di poche ore la nave affondΓ² e di 58 persone imbarcate sul mercantile se ne salvarono solamente 39.
Di queste, 26 vennero tratte in salvo dal Capitano di Porto Giuseppe Telmon che con la motovedetta CP 233 si avventurΓ² in mare aperto. L'operazione durΓ² 6 ore ed Γ¨ ricordata come una delle piΓΉ difficili mai effettuate da mezzi delle Capitanerie di porto
Venti morirono tra le acque ricoperte di petrolio: i membri dell'equipaggio, in gran parte indiani e filippini, oltre al telegrafista e al comandante con le rispettive mogli. Lo sversamento del carburante e il materiale inerte sul fondale della diga foranea causarono un immediato inquinamento significativo, spingendo per il successivo recupero e il trasferimento del relitto molto piΓΉ al largo di dove era affondato. A seguito della tragedia fu introdotto un articolo nella Regola 13 della MARPOL riguardante lo sversamento dei residui delle chimichiere. “Lo sversamento deve avvenire ad almeno 12 miglia dalla terra piΓΉ vicina e dove vi sia una profonditΓ inferiore ai 25 metri”. Questo introduzione fu fatta perchΓ© il cromo stivato nella nave aveva provocato una reazione chimica con l’acqua che lo aveva cementificato e trasformato in un materiale inerte altamente inquinante. La nave era finita incagliata e semi affondata e soltanto la parte superiore delle sovrastrutture sporgeva dalla superficie.
Dopo un anno il relitto fu recuperato da una ditta olandese specializzata: furono insufflate nella stiva milioni di palline di polistirolo che riportarono a galla il relitto ma, trainata da due rimorchiatori d'altura, la London Valour trovΓ² un'altra burrasca e 40 km da Imperia fu lasciata affondare. La bandiera del cargo fu consegnata alla capitaneria di porto mentre all'ospedale san Martino fu donata la ruota del timone e la campana Γ¨ conservata presso la chiesa anglicana di Genova.
La motovedetta CP 233, che quel pomeriggio fu protagonista per il successo del difficilissimo e rischioso intervento di salvataggio, era stata costruita nei cantieri di Messina nel 1968 con quattro strati di lamellare di mogano incollati a freddo e incrociati fra loro a 45 gradi. Una tecnica costruttiva di derivazione aeronautica che, dopo l'indiscutibile e valida testimonianza di robustezza offerta durante il tragico evento a Genova, fu poi applicata da tutti i cantieri italiani nella costruzione di imbarcazioni affidabilissime in ogni condizione di mare.
Oggi la ex motovedetta CP 233 giace abbandonata ed Γ¨ in vendita a Castellammare di Stabia.
L’unitΓ faceva parte delle Motovedette “Super Speranza” definite anche “motovedette roccia” che avevano tutte le prerogative tecniche di progettazione e realizzazione per affrontare mare forza 10, con la certezza di riportare sempre in porto il suo equipaggio e le persone soccorse e oggi il suo destino potrebbe essere diverso dal momento che ha un immenso valore tecnico storico ed Γ¨ triste vederla abbandonata alle intemperie.
La CP 233 dovrebbe essere acquisita nel patrimonio storico delle Capitanerie di Porto perchΓ© Γ¨ ancora nel cuore di quell'equipaggio di marinai che con il loro comandante parteciparono alle fasi concitate di quel salvataggio compiuto di fronte ai cittadini genovesi, spettatori impotenti di una sciagura e di un grande valore eroico.


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