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Confinati in casa: cronaca semiseria dalla quarantena

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È bello stare in famiglia, le risate, le chiacchiere, gli abbracci, i sorrisi. Quando stiamo tutti insieme siamo contenti e felici perché è da tanto che non ci si vede, magari perché abitiamo tutti lontani, magari perché qualcuno preferisce la solitudine o il confort della propria casa al caldo ambiente familiare. Fatto sta che quando ci riuniamo è sempre festa, forse perché succede solo a Natale o ai compleanni, ma cosa succederebbe se fossimo costretti a restare con i nostri familiari più stretti per un lungo periodo? In cucina piombò un silenzio tombale, la pasta avanzata dal pasto di mezzogiorno aspettava sul piatto mentre noi, che stavamo seduti al tavolo, concentravamo la nostra attenzione verso Mentana che quella sera, come un carceriere, ci chiuse in casa. Infatti, una nuova terribile malattia percosse gli Stati Uniti. Non si sa di preciso quale fosse il focolare ma di certo aveva colpito molte famiglie statunitensi. I sintomi sono terrificanti, solo al pensiero qualunq

L'uomo che visse 100 volte

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<<Lo conosci l'uomo che visse 100 volte?>> Chiese. Io rimasi di sasso, non sapevo di chi o cosa stesse parlando.  Pensai che l’alcol gli avesse dato alla testa.  <<Le leggende lo chiamano Centenario>> continuΓ², e d alla mia faccia capii che non sapevo nulla di questa storia. CosΓ¬ p rese la bottiglia sul bancone ed iniziΓ² a raccontarmela.  Centenario nacque nel 1896, la prima volta.  La sua prima vita. Non la piΓΉ bella, nΓ© la piΓΉ lunga.  Primogenito di sette fratelli, visse un’infanzia fatta di botte e lavoro.  Il padre, un contadino avvinazzato, o diava Centenario.  Da ubriaco mormorava che la madre di Centenario, morta durante il parto, avesse stretto un patto con Satana ed il figlio fosse immortale, o qualcosa del genere.  Il padre si risposΓ² ed ebbe altri figli.  Dei 6 figli che ebbe con la nuova moglie, quattro morirono; tutti alla nascita o al primo anno di vita.  I sopravvissuti odiavano Centenario. Lo credevano responsabile della s

Eda Bellegambe

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Non ci scordammo il suo nome. Abitava e lavorava in un palazzetto nel centro, n ascosto in uno dei tanti vicoli, era la meta di tutti gli uomini del paese.  La prima volta che la incontrai il sole aveva abbandonato il cielo e la luna lo rimpiazzava, tenendomi compagnia. Citofonai e una voce dal timbro alto, squillante ma calda e dolce mi invitΓ² ad entrare.  Salii 4 rampe di scale, fino al secondo piano dov'era l'appartamento. Era un bilocale: un salotto di ingresso e la stanza dove Eda lavorava. La "stanza dell'amore" come la chiamava lei. Entrai e mi accomodai in salotto, su di una poltrona in feltro.  Il salotto era una stanzetta quadrata con una serie di sedie e poltrone, una finestra che dava nel vicolo ed un lungo corridoio che portava alla stanza dell'amore. Senti due voci provenire da lΓ¬ dentro. Attesi in silenzio finchΓ©, dopo poco, Eda uscΓ¬ e venne in salotto. Era sulla quarantina con due gambe lunghe e sottili e una vestaglia ros