"Marry-Your-Rapist": una legge contro i diritti umani.


Siamo nel ventunesimo secolo, la tecnologia avanza ogni giorno di più, ma la morale umana sembra essere rimasta ai tempi dei Templari. Dove la caccia alle streghe era la normalità e si rideva e applaudiva davanti alle grida di un essere umano, attutite dal crepitio delle fiamme che staccavano la sua carne. Quei tempi sembrano così lontani, eppure, non ci rendiamo conto che sono celate da una nuova realtà che tendiamo a chiamare "presente". Ma di presente non c'è niente, viste le parole di un uomo che ha avuto il coraggio di tornare al passato.

E' il 16 gennaio 2020 e in Turchia esce una proposta di legge che andrà ad estinguere l'esistenza e la dignità della donna turca, ossia la legge "Marry-Your-rapist", anche chiamata la legge del "Matrimonio riparatore". Ma di riparatore non c'è nulla e questo il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) lo sa bene, anzi, il suo leader, Erdogan, lo sa bene. 

Nonostante questo fatto possa dirsi recente, già nel 2016 venne presentata tale proposta al parlamento turco, ma successivamente ritirata a causa delle indignazioni scaturite da ogni parte del pianeta. Questo però non fermò di certo l'idea di attuare una legge che porterebbe tante giovani donne, o meglio, ragazzine ad avere un matrimonio "riparatore" con il proprio aguzzino. Il motivo per cui il partito di Erdogan decise di riproporre al parlamento tal ingiustizia, fu spiegata dallo stesso leader: «Bisogna preservare le tradizioni del nostro paese» disse. In un'altra intervista, invece parlò di quanto sia importante la famiglia e che senza di essa «Una donna non sarebbe completa», o ancora: «Avere dei figli o vivere al di fuori del matrimonio non rappresenta la tradizione Islamica». Parole che sembrano essere riprese da qualche testo del secolo scorso, ma pronunciate nemmeno un anno fa. Ovviamente, non ci si poteva aspettare chissà che cosa dalla bocca di un uomo che nel 2014 ha definito la donna come «Incapace di svolgere lavori manuali, per la sua natura delicata». 

In merito al fatto, il noto attivista specializzato in Medio Oriente, Suad Abu-Dayyeh e facente parte di un'organizzazione non governativa chiamata Equality Now che mira a promuovere e a difendere i diritti della donna in Medio Oriente e nei paesi africani, si è detto completamente sconvolto per la piega che sta prendendo la legislatura turca, aggiungendo: «Sostengo il coraggio degli attivisti turchi che stanno prendendo posizione per contrastare la discriminazione che, purtroppo, sta dilagando nel paese nei confronti delle donne»
Purtroppo la Turchia non è l'unica ad avere delle leggi che vanno contro i diritti delle donne. Infatti, fino a poco tempo fa, anche nei paesi come l'Egitto, Libano, Marocco, Tunisia e Palestina vi erano leggi che obbligavano le giovani donne a un matrimonio riparatore e spesso si trattava di ragazzine sui dodici o tredici anni. Grazie alle continue campagne e alla continua pressione da parte degli attivisti, ora le ragazze possono sentirsi lievemente più al sicuro. Ma questo non vuol dire che la discriminazione e le violenze non siano più all'ordine del giorno. In Turchia, ad esempio, si contano all'incirca 409 donne uccise dal partner o da un membro della famiglia nel 2017. Il 38% delle donne turche ha subito almeno una violenza e i dati sono in continuo aumento. 
In risposta, il presidente turco Erdogan non ha mai nascosto il suo reale pensiero nei confronti dell'equità di genere. In un vertice a Istanbul, nel 2014, disse: «L'uguaglianza tra uomo e donna è contronatura».
Secondo lui, una donna deve avere almeno tre figli e che senza di essi è incompleta e inutile al paese. Anche per quanto riguarda una donna in carriera, lui ha affermato che una donna che non vuole figli perché impuntata sul lavoro «sta negando la sua femminilità». Parole fuori dal mondo, eppure un uomo l'ha detto in pubblica piazza, vantandosi perfino di questa sua ideologia che è l'apoteosi del maschilismo. 

Recentemente è accaduto un nuovo fatto che mette ancor più alle strette i diritti delle donne turche. Erdogan ritira la Turchia dalla Convenzione di Istanbul, ossia la Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, entrato in vigore nel 2014 e firmato nel 2011 ad Istanbul, proprio in Turchia. Questa convenzione copre 34 paesi ma questo marzo 2021 il presidente turco ha emesso un decreto che annulla la ratifica della Turchia nei confronti della Convenzione. «Per tutelare le donne non è necessario cercare rimedi esterni o imitare gli altri» motiva così la sua decisione. 

Però i cittadini turchi non sono rimasti in silenzio. Attiviste per i diritti delle donne, politici e avvocati sono scesi nelle strade per manifestare contro il decreto Erdogan. 

E se prima il paese aveva fatto due passi indietro, stavolta è ritornato direttamente al passato. La Convenzione di Istanbul, è il primo e più completo trattato internazionale a tema di lotta contro la violenza sulle donne e delle violenze domestiche, nato per combattere a spada tratta i dati di femminicidi e violenze che mano mano stanno salendo di numero. Perché, una donna su tre nel corso della propria vita subisce una qualche forma di violenza. Per quanto sembri surreale, questi sono dati veri e che mettono una certa tristezza, perché dietro quei freddi numeri, ci sono centinaia di donne e ragazzine che vivono nella paura e nel continuo e interminabile incubo che quella violenza possa riaccadere. Molte di quelle donne non sono nemmeno in vita. Altre si rifiutano di vivere. 
Nonostante questo, esistono individui che si rifiutano di guardare, di comprendere e di aiutare. 
Ma perché voler uscire dalla Convenzione di Istanbul?
Erdogan stava diventando politicamente vulnerabile e arrivò al punto di inchinarsi alle richieste dei membri del suo partito conservatore AK e a quelle del partito Felicity Party, che gli diede sostegno. Gli oppositori della convenzione si lamentarono del fatto che essa andava contro i valori tradizionali della famiglia e che approvava il divorzio, ma la loro preoccupazione maggiore era che quella clausola portasse in qualche modo a legittimare il matrimonio omosessuale, in quanto essa proteggeva le vittime di discriminazione indipendentemente dall'orientamento sessuale o identità di genere. 
Il portavoce del presidente Erdogan, Fahrettin Altun, ha sostenuto che l'intento originale della Convenzione di Istanbul di promuovere i diritti delle donne era stata «dirottata da un gruppo di persone che tentavano di normalizzare l'omosessualità», completamente incompatibile con i valori sociali della Turchia.
Il partito AK ha sempre espresso a gran voce la sua intolleranza verso le persone facenti parte della LGBTQ+ e uno dei membri arrivò al punto di definire tali persone come pervertite sul suo account Twitter. 
Per calmare le acque, i membri di alto livello del partito annunciarono che avrebbero affrontato la violenza domestica attraverso una riforma giudiziaria e una Convenzione di Ankara che avrebbe rivendicato gli usi e i costumi che richiamano i valori tradizionali e estremamente conservatori del paese. In risposta, alcune donne, facenti parte dei circoli filogovernativi, usufruirono dei media per criticare aspramente il riferimento a "usi e costumi", che va a definire la donna come  un cittadino di seconda classe. 
Ancora adesso si stanno svolgendo manifestazioni su manifestazioni nelle strade turche, nella speranza che questi atti possano portare a un cambiamento delle leggi sessiste e discriminatorie del paese. 
Il fatto triste è che la Turchia non è l'unico stato a vedere la figura femminile come una "baby-maker". Altri venti paesi attuano tutt'oggi queste leggi inumane che vanno ad annullare l'esistenza della donna, riducendola a un mero oggetto. 
Russia, Thailandia e Venezuela danno la possibilità a uno stupratore di sposare la sua vittima. In Nigeria, Mali e Senegal la situazione è ancor più straziante, perché meno di una donna su 10 può prendere delle decisioni sul proprio corpo. 
In Kuwait la vittima è costretta a sposare il suo stupratore se il suo tutore approva il matrimonio. 
Situazioni tragiche, che portano migliaia di ragazze e donne ad uccidersi, pur di scappare da quella vita fatta unicamente di ingiustizie. Qui non è solo una donna che grida aiuto perché un uomo la importuna per strada. Sono tante donne che chiedono aiuto, ogni giorno, nel vano tentativo di ottenere una vita dignitosa. Molte altre donne hanno smesso di gridare, convinte che nessuno sarebbe mai venuto a salvarle. 
Non è una. Non sono dieci. Sono migliaia. 
Per quanto tempo dovranno ancora lottare per la propria libertà senza essere ascoltate? 


Alessandra Carlà



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